Il ritorno dei Negramaro raccontato a Vanity Fair

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 «Se Lele non fosse tornato dal buio avrei smesso di cantare, perché tutto è nato quando lui era solo un ragazzo e aveva negli occhi una luce, una fame e una voglia che non ho più rivisto in nessun altro. Senza Lele non avrei più continuato a stare su un palco, semplicemente perché una storia come la nostra, in Italia, non esiste».

Quel ritorno dal buio c’è stato, e così Giuliano Sangiorgi a nome di tutti i Negramaro può raccontare il nuovo atto della band a Vanity Fair, che dedica loro la copertina del numero in edicola da mercoledì 30 gennaio, con un servizio fotografico di cui è protagonista proprio Lele Spedicato. E nel ritorno dal buio del chitarrista del gruppo, colpito lo scorso 17 settembre da una devastante emorragia cerebrale che lo ha mandato in coma, c’entrano, secondo Sangiorgi, soprattutto i sentimenti: «Io avrei voluto annullare il tour, ma per fortuna non l’abbiamo fatto. Perché Andro (Andrea Mariano, tastierista, ndr) ha detto: “Non cancelliamo il tour, a Lele bisogna dare una botta di vita. Se torna e si sveglia, deve avere la possibilità di crederci”. Era certo che, se Lele avesse saputo del cancellamento, si sarebbe accasciato su se stesso e la ripresa avrebbe avuto un decorso lunghissimo. Aveva ragione. Il tour alla fine lo abbiamo solo rimandato e Lele si è dimostrato un leone. Ha compiuto un miracolo. Ha abbracciato suo figlio (Ianko, avuto a metà novembre dalla moglie Clio, ndr). Ha creduto nel sogno».

La partenza del tour rimandato, con parecchie date già sold out, avviene a Rimini il 14 febbraio, debutto seguito il 15 dall’uscita di Cosa c’è dall’altra parte, un brano scritto da Sangiorgi proprio per Lele. «È una preghiera laica e una bestemmia religiosissima», spiega nell’intervista a Vanity Fair. «Non volevamo neanche pubblicarla, ma solo regalarla a tutte le persone che ci sono state vicine. Lele ha sentito l’esplosione collettiva, ha avvertito l’affetto. Si è ripreso così in fretta, credo, soprattutto per quello». Nel video, online dal 16 febbraio, si vede un abbraccio tra Lele e Giuliano, uno spezzone che Vanityfair.it mostrerà in anteprima prossimamente. «Non era preparato. Lele è sempre stato l’indiano del gruppo, il saggio della compagnia. Stavo suonando il pezzo piano e voce e non mi ero neanche accorto fosse sul set. È arrivato alle spalle, mi ha abbracciato, ci siamo commossi. Il vecchio Lele sarebbe stato fermo senza fiatare per non perdere la magia, ne ho scoperto uno nuovo, ancora più grande di ieri».

In un periodo di polemiche sui valori della musica, Giuliano Sangiorgi ha qualcosa da dire a Vanity Fair. «Il primo disco che ho comprato in vita mia era un disco rap. Il rap è una filastrocca per bambini, è metrica ancestrale, è istinto primordiale. Riempirlo solo di “bella figa, bella fra, bella storia”, di Lamborghini, denti d’oro, scarpe da duemila euro da indossare come status altrimenti sei un coglione e soldi da guadagnare come motore unico dell’esistenza, come se fossimo nel Bronx e non a Segrate, come se quella rabbia fosse autentica e sapesse di riscatto e non risultasse solo uno scimmiottamento grottesco costruito a tavolino, è deludente. E lo stesso, per altri versi, potrei dire di un certo indie in cui sono tutti o quasi lazzaroni, brutti, sporchi, cattivi e sovversivi e finiscono per rivelarsi imitazioni pedisseque di Rino Gaetano. Tra indie e trap, penso a Salmo e Calcutta ad esempio, ci sono grandi talenti. Altri invece potrebbero rischiare, mettersi in gioco, fare uno sforzo. Penso che quelle strofe dovrebbero essere riempite da una lingua come la nostra con una musicalità che non ha niente da invidiare a quella inglese. Portiamoli a livelli più alti il rap e l’indie, rendiamoli veramente nostri. Non ci rifacciamo a esempi che con noi hanno pochissimo per non dire niente a che fare, non citiamo Instagram, Facebook o il dettaglio di Google del giorno prima perché fra tre anni non ce ne importerà nulla. La musica deve provare a durare e ad evadere dai propri limiti. È quando credi che nessun contenuto possa andare oltre i tuoi confini che un popolo inizia a chiudersi».

E a proposito di chiudersi: «Quando la nave Tirana arrivò a Brindisi, io ero piccolissimo. Mio padre non mi fece andare a scuola, ritirò il suo stipendio e si mise a preparare centinaia di piccoli pacchetti di cibo da portare sulla banchina del porto. Dov’è finita l’Italia di mio padre? È morta con lui? Mi rifiuto di crederlo. Io capisco che la politica sia un altro mestiere e le dico la verità, non me ne importa nulla di parlare male del governo. Quello che non accetto è che un Salvini dica agli artisti cosa debbano o non debbano dire. Sarebbe come suggerire a un fornaio di fare solo il pane o al cameriere di servire a tavola e tacere. “Stai nel tuo ghetto” è un discorso che non accetto, così come non accetto che si urli “prima gli italiani”. Non credo alla narrazione contemporanea, non credo che gli italiani, a partire da Salvini, farebbero morire in mare quaranta persone, non credo che ci si possa abituare a questa idea del cimitero liquido che stanno facendo passare per normale. Se gente senza bandiera ti chiede aiuto e sta affondando in mare tu, Stato, quell’aiuto glielo devi dare. E poi un’altra cosa, che prima o poi andrà detta. Quando sento dire “Ospitali nella tua villa se ti piacciono tanto”, mi va il sangue alla testa. Ma che discorso è? Io pago le tasse e a questo becerume demagogico non mi rassegno. Questa guerra del basso contro il basso, aizzata per accendere i peggiori istinti e raggranellare due voti, è miserabile. Siamo meno cinici di quel che ci piace sostenere».

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