Quando non si sa che cosa fare, che cosa proporre, si butta la palla in tribuna. Non è una pratica nuova, non è una pratica che è particolarmente esecrabile, se a farla è un calciatore tipo Franco Baresi. Sbroglia da situazioni complicate. Ma in politica, buttare la palla in tribuna è una cosa negativa. Tra i vari esempi di politica che butta la palla in tribuna sono le discussioni inutili sul fine vita. Poi ci si lamenta che decidono i giudici, che lo fanno solo e unicamente perché i politici – che dovrebbero agire a livello legislativo, non lo fanno. Dove sta la primazia della politica sulla magistratura, se alla resa dei conti la magistratura deve fare anche quello che i politici non fanno perché la buttano in tribuna?

Senza voler andare sullo stesso livello di gravità, anche quello che sta succedendo al Nord mi sembra un mandare la palla in tribuna. Mi spiego. Questo governo è marcatamente meridionalista, ed è un fatto. A questo governo – è la strategia che sta mettendo in piedi Matteo Salvini – si opporrà il nord compatto, con i governatori. Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Friuli Venezia Giulia. E’ una area compatta, a livello politico, la cui unica isola di centrosinistra è di fatto Milano. Il punto politico che giocherà Salvini è l’autonomia mancata. Una autonomia fortemente voluta dai cittadini, che l’hanno votata in massa in un referendum in due regioni. Il Pd milanese, a questo punto, dovrebbe proporre una sua via all’autonomia. Ma oscilla. Prima ci si mette Beppe Sala, che propone un autonomismo delle città metropolitane, che però non ha alcun senso, poiché semplicemente non hanno le competenze: fiscalità, sanità, scuola eccetera. Per andare a cambiare questo concetto bisogna fare una riforma radicale dello Stato. Davvero pensate che il governo Conte II vorrà cadere su una riforma costituzionale? Dite che Conte non ha imparato la lezione di Renzi? Difficile. Questo autonomismo metropolitano fa ridere, considerato che non si riesce neppure a far marciare la città metropolitana, priva di fondi, di passione, di idee, insomma di tutto, a causa della ridicola riforma Delrio, al quale qualcuno dovrà ancora chiedere lumi su questa poco illuminata idea.

Passata questa idea che aveva il sapore della tattica (Beppe Sala la portava avanti probabilmente per ingaggiare battaglia con Attilio Fontana, durante la guerra dei biglietti), si è passati all’idea della macroregione, mutuata da Gianfranco Miglio. Lo spunto è del Partito Democratico regionale, raccolto – incredibile eterogenesi dei fini – da Franco D’Alfonso e dagli ex arancioni. O viceversa, non è importante. Ma il bello (o il brutto, a seconda), è che neppure questa idea è nuova. E’ l’idea che si fece venire Andrea Gibelli a tempi della grande crisi della Lega, tra Bossi e Maroni, per far uscire dalle secche il Carroccio. Ci riuscì, tanto che in chiave europea esiste e funziona Eusalp. Ma nessuna macroregione in Italia, poiché c’è sempre il solito problema: occorre fare una rivoluzione dello Stato. E una rivoluzione, in Italia, non è possibile. Quindi, riassumendo: il Pd regionale e gli ex arancioni oggi lista Sala propongono una cosa che Gibelli aveva già provato a fare (e ci era riuscito ma in chiave europea) con la Lega mutuata da Gianfranco Miglio che neanche il filosofo – con Bossi – era riuscito a realizzare. Beppe Sala spiega: “Basta slogan, la macroregione è un’idea positiva”. Ma la macroregione è uno slogan perché è irrealizzabile, con le condizioni date. Perché allora – piccolo spunto di riflessione – non ragionare su un autonomismo reale, su cose che si possono fare, su attribuzioni che si possono chiedere per Milano e per le aree vaste, con una alleanza di sindaci bipartisan, senza andare a toccare il sistema regionale (che comunque dal 1970, anno di fondazione, ad oggi hanno provato a chiudere, reprimere, tagliuzzare, senza mai esserci riusciti)? Altrimenti, con la macroregione, si farà politica tattica: non certo una roba da statisti.

fabio.massa@affaritaliani.it

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