Io non sarò tra quelli che frignano, perché sono milanese e i milanesi non frignano. Fanno quel che devono. E noi dobbiamo andare in lockdown adesso, anche da zona rossa, purché entro l’inizio di dicembre se ne esca per difendere a tutti i costi il Natale, che non è solo una festa cristiana, ma soprattutto il momento in cui i negozi fanno il 50 per cento del loro fatturato annuale. Se non li vogliamo uccidere, dobbiamo difendere il Natale con i denti.

Io non frigno perché in Lombardia siamo in zona rossa. Una cosa va fatta e si fa, così ragiona un lombardo. Bisogna essere coerenti: non si può un giorno invocare misure più restrittive dal governo e il giorno dopo lamentarsi perché siamo quelli che le hanno più restrittive. Il lockdown, ripetiamolo tutti insieme, non deve essere una scelta di dibattito politico ma una scelta scientifica. Che dovrebbe però essere basata sugli ultimissimi dati, e non su quelli di dieci giorni fa. E fin qui, va bene.

Poi c’è la questione del Lazio e della Campania, e della Puglia. E qui mi girano di brutto. Non tanto perché loro sono in fascia gialla (o arancione la Puglia) e noi in rossa. Non è una gara, quella dei contagi, non è la riedizione della disfida nord-sud. Se a sud non ci fosse proprio il virus, come nella prima ondata, ne sarei solo contento. Il problema è che non è così, e Campania e Lazio crescono a un ritmo insostenibile. Con un dettaglio: hanno la metà, se non un terzo, dei posti letto e delle terapie intensive della Lombardia. E con un secondo dettaglio: il governatore De Luca, guappo come al solito, ha sparato proclami con il lanciafiamme, poi ha urlato all’emergenza sanitaria, poi ha insultato una bambina che voleva andare a scuola, si è fatto difendere da alcuni colleghi giornalisti sovrani dei “salotti”, e poi alla fine si è tranquillamente accomodato nella posizione “gialla”. Ma non era un’emergenza sanitaria, in Campania? Le cose sono tre. Caso uno: Conte lo ha accontentato per fare in modo che poi lui possa stringere più forte e fare ancora un atto della sua commedia da sceriffo. Caso due: l’emergenza sanitaria in Campania non esiste e non esisteva. Caso tre: il buon De Luca si è spaventato delle rivolte e ha pregato Conte di non farlo finire come certi nobili borboni, a insulti e sputi in pubblica piazza. Ora, visto che il caso due è assolutamente contraddetto dai numeri, e dunque l’emergenza sanitaria c’è, eccome, rimangono il caso uno e il caso tre. Entrambi gravi, e non per la specificità di De Luca (uno che insulta una bambina che vuole andare a scuola si commenta da solo), ma perché attengono alla politica e non alla scienza. Ora attendiamo l’arrivo di qualche virologo che dica che anche il Lazio e la Campania andavano chiuse. Non per il bene della Lombardia, perché qui faremo il nostro dovere. Ma per il bene dell’Italia, una volta tanto.

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