C’era una volta il mito del “consulente”.

Il consulente, soprattutto dalla politica, viene chiamato perché è fuori dai giochi, perché non è condizionabile. Il consulente è l’equivalente del tecnico in politica.

Ci si immagina che il politico di professione sia sporco e cattivo, e che il tecnico invece sia buono e imparziale. Peccato che non sia così. Perché il politico deve badare ai voti, e quindi deve fare operazioni che rendano conto a una platea vasta. Niente voti, niente elezione. Niente elezione, niente lavoro. Con tutte le storture che questo comporta. Il tecnico, invece, arriva alla politica perché la politica dichiara il proprio fallimento. E quindi non deve preoccuparsi dei voti e fa solo il suo interesse. Solo il suo interesse, senza conseguenze. Ora, il più grande tecnico è stato Mario Monti. L’ho odiato senza incertezze, quando era al governo, pur non essendo leghista, e me ne faccio vanto oggi. Oggi si scopre, ovviamente senza che il Monti ne abbia responsabilità legali, ma politiche forse sì, che una consulente  entrata nella segreteria tecnica del Ministero all’Economia avrebbe venduto segreti di Stato a una società di consulenza chiamata Ernst&Young. Una consulente che però è sopravvissuta alla fine di Monti, che è stata confermata sotto Letta e pure sotto Renzi. E che si sarebbe presa, secondo l’accusa, 220mila euro per rivelare segreti. C’è una consolazione, a leggere certe notizie. Che i tecnici non rendono conto al popolo, che i consulenti non rendono conto alla politica. Ma che entrambi devono rendere conto ai giudici.

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