“Avevo sognato che qui ci fossero più persone per la fine della pandemia, non ci siamo ancora. Siamo vicini ma non ci siamo ancora”. Lo dice il sindaco di Bergamo Giorgio Gori parlando alla cerimonia per la Giornata nazionale delle vittime del Covid”.

Di seguito l’intervento del sindaco di Bergamo:

Signor Presidente del Consiglio, Autorità, cittadine e cittadini,
avremmo voluto che questo prato oggi fosse pieno di persone. Avevamo sognato che questa giornata segnasse la fine della lunga e dolorosa pagina della pandemia. Non ci siamo ancora, però. Manca poco ma non ci siamo ancora. Anzi, nelle ultime settimane i contagi sono tornati a salire e sono state decise nuove restrizioni. Abbiamo dovuto adottare un protocollo particolarmente rigoroso. Siamo quindi grati alla Rai, che trasmette in diretta questa cerimonia e ci avvicina a chi oggi non può essere qui con noi.
Signor Presidente del Consiglio, grazie per aver scelto di essere a Bergamo nel giorno che il Parlamento ha intitolato alla memoria delle vittime dell’epidemia di Covid-19. Grazie per aver voluto partecipare alla commemorazione dei nostri morti. 670, circa, nella sola città di Bergamo; 6mila, circa, in tutta la provincia. Numeri, ma ognuno di loro è una storia spezzata, affetti spazzati via, lo strazio di chi ha voluto loro bene. Non c’è bergamasco che non abbia dovuto dire addio a qualcuno cui voleva bene.
Dobbiamo dire “circa” perché non sappiamo, con maggiore precisione, quante siano state le vittime bergamasche del Coronavirus. Questi dati li abbiamo ricavati dalle anagrafi dei comuni, e li ha poi certificati l’Istat. Rappresentano la differenza tra i decessi avvenuti tra marzo e maggio nel 2020, rispettivamente in città e in tutta la provincia, e quanti mediamente se ne contavano nello stesso periodo negli anni precedenti. E’ una statistica, non è un elenco completo. Ciò che colpisce è che questi numeri raddoppiano quelli delle vittime ufficialmente accertate. La metà dei nostri morti non figura nelle statistiche ufficiali riguardanti la pandemia. Migliaia di nostri concittadini, centinaia in città, sono deceduti con i sintomi del Covid, ma senza una diagnosi. Sono morti nelle loro abitazioni, o nelle case di riposo, senza che fosse possibile fare loro un tampone, perché a marzo del 2020 i tamponi erano pochi e bastavano appena per i casi più gravi, per chi veniva ricoverato in ospedale.
Non avremmo quindi potuto compilare un memoriale esaustivo, incidere su una grande lapide tutti i nomi delle persone amate – padri, madri, nonni, fratelli, amici, colleghi – che il Covid ci ha portato via. Avremmo sicuramente dimenticato qualcuno.
Abbiamo scartato anche l’idea di un monumento, di una statua, di un’istallazione artistica.
Abbiamo deciso di onorare la memoria delle vittime dell’epidemia con un’opera viva, con un monumento che respira, realizzando un Bosco di alberi e arbusti insieme all’Associazione dei Comuni virtuosi. Le piante che vediamo oggi sono cento, ma alla fine saranno 850. E qui prevediamo che si svolgano incontri dedicati ai bambini e alle famiglie, laboratori, lezioni di educazione ambientale per le classi delle scuole.
Il Bosco della Memoria nasce a pochi passi dall’Ospedale Papa Giovanni, il principale presidio sanitario di questa provincia, trasformato dalla scorsa primavera in una trincea della lotta contro il virus, dove ancora oggi decine di persone contagiate sono ricoverate in gravi condizioni, dove tanti hanno purtroppo perso la loro battaglia ma molti di più sono stati tratti in salvo grazie alle capacità e alla straordinaria abnegazione di medici, infermieri e personale sanitario. E’ impossibile onorare chi non c’è più senza dire “grazie” a chi ha consentito che tanti avessero salva la vita.
Un Bosco, signor Presidente del Consiglio, è anche un simbolo di speranza. Bergamo si è trovata suo malgrado ad essere l’epicentro della prima ondata della pandemia in Europa, tanto da diventare la città simbolo della tragedia che ha segnato la primavera del 2020. Il 18 marzo è il giorno dei camion di Bergamo, di quello straziante corteo di mezzi militari che trasportavano in altre città le salme dei nostri concittadini, troppe perché fossimo in grado di accompagnarle tutte alla cremazione.
Ma Bergamo vuole essere anche la città simbolo della rinascita. Il Bosco che oggi inauguriamo è un messaggio di positività e di speranza che da Bergamo rivolgiamo a tutto il nostro Paese, ancora impegnato nella lotta contro il Covid e alle prese con le vaccinazioni cui affidiamo l’aspettativa di veder finalmente conclusa questa terribile prova. La tenacia e l’operosità della gente bergamasca, tradotte in mille gesti di solidarietà nei momenti più tragici della pandemia, la scorsa primavera, definiscono lo spirito con cui vogliamo ripartire e contribuire a determinare il futuro nella nostra comunità e del nostro Paese.
La sua presenza qui, signor Presidente del Consiglio, ci fa sentire che lo Stato c’è e che vuole manifestarci la sua vicinanza. Il 28 giugno scorso la partecipazione del Presidente Mattarella al Requiem che dedicammo a queste stesse vittime del Covid, fu per noi come una carezza dopo quattro mesi di dolore. Oggi la sua presenza ci comunica fiducia. Confidiamo in una gestione efficiente della campagna vaccinale, nel sostegno tempestivo e adeguato alle famiglie, alle categorie e alle imprese penalizzate dalle misure di contenimento dell’epidemia; e nel miglior uso delle risorse dedicate dall’Europa al rilancio del nostro Paese.
“Bergamo mola mìa”, Bergamo non arrenderti, è stato lo slogan che ci ha accompagnato nei momenti più duri. Bergamo non ha mai mollato, siamo qui a testimoniarlo. Ma questo è anche l’invito che attraverso Lei rivolgiamo a tutti gli italiani, nel ricordo commosso dei nostri amici che non ci sono più: “Mola mìa”, teniamo duro, e lavoriamo insieme per costruire un futuro migliore.

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