Non una di meno, cantena umana chiude la sede di Assolombarda

Iniziativa di Non una di meno, che promuove uno sciopero l'8 marzo: "Se le donne si fermano, il profitto degli industriali si azzera".

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Una catena umana fucsia ha chiuso simbolicamente la sede di Assolombarda a Milano ieri pomeriggio. Il messaggio è quello di “Non una di meno” che promuove uno sciopero per l’8 marzo:  ” se le donne si fermano, il profitto degli industriali si azzera”.

“Confindustria e i grandi proprietari sfruttano i nostri corpi, ci vogliono produttive quando è essenziale per i loro profitti, ma diventiamo sacrificabili quando non alimentiamo più i loro interessi” dicono le donne. “Confindustria ha avuto un enorme peso e ingerenza nel determinare le scelte politiche in tema di occupazione, ha sfruttato il delicato momento pandemico per accrescere lo sfruttamento sul lavoro, acuendo le condizioni di precarietà economica in cui versa la popolazione. La produzione non si è mai potuta fermare, “costi quel che costi”. Nel ricatto tra salute e profitto sono rimaste intrappolate in primis le donne, soprattutto migranti, e le altre soggettività considerate subalterne”.
Il collettivo Non una di meno cita i dti Istat:  durante il 2020 in Italia 444.000 persone hanno perso il lavoro. Oltre il 70% di loro è donna. Solamente a dicembre in 101 mila hanno perso il lavoro, di queste persone 99 mila sono donne, ovvero il 98%.
Dei 131 mila lavoratori contagiati sul posto di lavoro denunciati all’Inail, 7 su 10 sono donne, ovvero il 69%. Di queste lavoratrici più del 40% ha tra i 50 e i 64 anni.
“Questo accade perché le donne sono occupate nei lavori più esposti al contagio: lavori di cura svolti da assistenti familiari e lavoratrici domestiche, da addette alle pulizie nelle scuole e negli ospedali, da insegnanti e collaboratrici scolastiche, professioni che sono state definite essenziali. Essenziali, sì, ma solo finché necessarie alla produzione e al profitto. Essenziali, ma sottopagate, sfruttate, molestate. Essenziali, ma sacrificabili appena si smette di essere considerate produttive. Moltissime donne impiegate in lavori dipendenti hanno perso il posto: aggirare il blocco dei licenziamenti è facile quando i contratti sono precari, part-time o a progetto.   Di tutti i lavoratori con contratto part-time, il 75% è donna. Per quasi il 60% di queste non è stata una scelta volontaria, ma del datore di lavoro. Perdere il lavoro significa perdere autonomia, in alcuni casi perdere il permesso di soggiorno o la tutela de* figl*. Significa finire nella spirale della violenza economica, può vedere sfumare le possibilità di liberarsi da una relazione violenta.
Inoltre, se sommiamo lavoro produttivo e riproduttivo una donna su due ha un carico di lavoro di oltre 60 ore settimanali, il nostro lavoro di cura quotidiano invisibilizzato e non pagato tiene in piedi l’intero sistema produttivo”.
“A Confindustria chiediamo e pretendiamo una patrimoniale sui grandi capitali, sui redditi dei grossi imprenditori e sui grandi patrimoni di terre e immobili.
Pretendiamo la ridistribuzione delle ricchezze per garantire reddito di autodeterminazione per la fuoriuscita dalla violenza e reddito minimo universale, la garanzia del diritto alla salute, all’istruzione e alla vita degna. Denunciamo le loro politiche classiste, razziste e sessiste. Ci prepariamo allo sciopero, perché se le donne si fermano, il profitto degli industriali si azzera”.
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