La seconda parte dell’operazione Condor, che dieci giorni fa ha portato all’arresto di 51 persone e aveva svelato come i clan della malavita gestivano le truffe agli anziani in tutta Italia, ha portato all’esecuzione di ulteriori 5 misure cautelari. L’indagine aveva svelato un collaudato sistema fatto di “telefonisti” e “operativi”. I primi contattavano le vittime, raggirandole raccontando di un incidente accaduto ad un famigliare, i secondi si presentavano per raccoglitore soldi o oro per pagare la presunta cauzione. Nel provvedimento “Condor 2”, emesso dal gip di Milano Cecchelli è contestata l’associazione a delinquere finalizzata alle truffe. L’organizzazione in pochi mesi, tra gennaio e aprile 2017, ha messo a segno almeno 21 truffe, consumate e tentate, a danno di anziani per un bottino di 240 mila euro. La tecnica era sempre quella del “finto carabiniere”, o del “finto avvocato”: la vittima veniva agganciata da un telefonista e convinta che un suo parente stretto fosse finito in guai giudiziari e che per evitare l’arresto fosse necessario consegnare denaro e gioielli a una persona che si sarebbe presentata di lì a poco sotto casa. Sono cinque le persone finite in manette nel prologo milanese dell’operazione Condor che lo scorso 8 novembre, a Napoli, ha portato all’arresto di ben 51 indagati. Il braccio dell’organizzazione dedita a questo genere di truffe faceva capo alla famiglia Diana di Melegnano sotto la guida del capo Ciro Diana che si preoccupava di reclutare gli “operativi” sul campo (ovvero, coloro che andavano materialmente a ritirare il denaro delle vittime) e di consegnare parte dei proventi ai legami nel Napoletano.
Le indagini del Nucleo Operativo dei carabinieri, guidato dal tenente colonnello Michele Miulli, hanno ricostruito la struttura di un’organizzazione che batteva a tappeto le diverse vie di Milano. In un caso specifico una pensionata 82enne residente a Corvetto, il 24 novembre 2016, consegnò ai truffatori ben 50 mila euro in contanti.
Gli operativi sul campo venivano retribuiti con una piccola parte del bottino – fatto che in più di un’occasione ha causato tensioni all’interno della banda -, ma avevano la garanzia di ricevere assistenza legale in caso di arresto. Il 60% del bottino veniva pagato ai telefonisti, oppure mandato a Napoli. Il gruppo aveva una sorta di base operativa, dove si incontravano i membri, nel comune di Melegnano. A dare un contributo decisivo alle indagini sono state alcune testimonianze di ex membri, arrestati in flagranza dalle forze dell’ordine, che hanno messo in evidenza legami e rapporti di parentela tra la famiglia dei Diana e alcune personalità della criminalità organizzata napoletana.

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