Vi ricordate l’incidente di Pioltello? Certo che sì. Una roba mostruosa, incredibile. Ieri la chiusura della fase preliminare dell’inchiesta pare abbia detto che il treno andava troppo veloce ma soprattutto che il binario era rotto. Una cosa abbastanza evidente, peraltro, a chi avesse visto le foto che sono state pubblicate qualche ora dopo l’incidente. Ora, quella foto, quella dove si vede il giunto rotto, ha una piccola storiella che vorrei raccontarvi per farvi capire come va l’informazione in questo Paese. Roba che i giornalisti sanno bene, ma che a volte gli ascoltatori non sanno. Subito dopo l’incidente, mentre stanno facendo i sopralluoghi, mi arriva la foto in questione da un mio contatto. Non è ancora uscita da nessuna parte. E’ qualcuno che aveva l’autorità per essere là, a un paio di metri dal binario. Io la pubblico. All’inizio, sono da solo. Poi i colleghi fanno il loro lavoro e l’immagine comincia a girare. Il problema è che in quelle prime due, tre ore, ce l’ho solo io online, su Affaritaliani.it Milano. Sono due ore di telefonate brutte. Mi chiamano tutti. Prima blandiscono, poi minacciano. “Ti sta per arrivare una querela milionaria”. “Sei proprio sicuro? Guarda che questi sono inciampi che rovinano una carriera”. E roba del genere. Ora, le foto non mentono. E quella foto non mentiva. Neppure io mentivo. Altri invece sì, per mestiere. Forse, quando si parla di fake news, non bisogna parlare solo dei social.

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