Oggi devo parlarvi dell’aumento delle licenze dei taxi, con la lite annessa tra Comune e Regione. Ma non voglio parlare solo di questo, perché qui è da capirsi: il punto è che bisogna aumentarle ma fare in modo che i tassisti che si sono dovuti comprare la licenza (dalla cui vendita a fine carriera ricaveranno di fatto la pensione) non ne abbiano danni economici. Discorso complesso, ma già affrontato mille volte, che si può riassumere così. In Italia è vietato vendere le licenze, ma si possono cedere. Così si è creato un mercato nel quale tutti vendono tutto a caro prezzo, lo Stato si incassa pure le tasse, ma senza diritti, come è nel caso degli abusivi. E’ questo il problema, per me. L’Italia è fatta di compartimenti stagni. Di mondi che non si parlano. E qui viene fuori il secondo caso. Quello della Scala. Il Teatro più famoso del mondo, che riceve finanziamenti a pioggia da enti privati, pubblici, ministero eccetera. Costa da solo quanto probabilmente tutte le altre orchestre in Lombardia. Rende, ovviamente. Ma i costi sono mostruosi. Gli stipendi degli orchestrali pure. Ecco, in un’Italia che dovrebbe diffondere cultura, il che vuol dire concentrare meno e spargere di più sulle eccellenze locali, la Scala decide di andare in agitazione sindacale per le diarie nelle tournee. E’ un po’ come se i camerieri di Cracco decidessero di incrociare le braccia perché vengono pagati troppo poco, mentre a due chilometri, in Stazione Centrale, c’è il caporalato dei rider. Con questo non sto dicendo che bisogna ridurre tutto a schiavitù. Assolutamente. Ma a volte certe battaglie sembrano improntate più al mantenimento dei privilegi che altro.

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