C’era una volta l’amicizia. C’era una volta l’umanità. Oggi sarò molto chiaro. La responsabilità penale è personale, e ognuno risponde delle proprie azioni e delle proprie omissioni. Le mie querele le vado a discutere io in tribunale, il caso di Altitonante e Tatarella lo tratteranno i loro avvocati. C’è una cosa che però non finisce in carcere, o ai domiciliari. Ed è l’amicizia. L’amicizia per gli essere umani. Quella empatia che fa a pugni con le decine di migliaia di stronzi che sui social buttano merda addosso a chiunque finisca sui giornali. Quella empatia che fa a pugni con i colleghi che fino a ieri leccavano il culo per una notizia, per una anticipazione, per una intervista dal carcere a Formigoni (eh sì, era Altitonante che le faceva per mezza stampa italiana). E che oggi dipingono i due come fossero Bonnie e Clyde. Il caso va raccontato. Il caso l’abbiamo raccontato. Noi di Affaritaliani.it Milano abbiamo pubblicato anche tutte le carte. Ma si può fare con continenza, come prevede la nostra legge professionale. Con misura. Senza sbracare. Quando mi è venuta la tentazione, ieri, perché sono pur sempre un giornalista che ama i titoli forti, ho pensato a Enea. E’ il figlio piccolo di Pietro Tatarella. I nostri titoli forti ci fanno belli con i colleghi, forse. Ed eccitano le masse di inutili esseri umani che manco cliccano sui titoli su Facebook per leggere che cosa c’è dentro. Ma sono coltellate oggi e domani ad Enea. E io non faccio male ai bambini. Si può tenere il punto e la misura. Si deve tenere il punto e la misura.

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