Siamo passati dal feticismo classico al feticismo per il cibo.

Ognuno fotografa il piatto prima di mangiarlo, per farsi figo o figa con gli amici. Addirittura il caffè, che insomma, è pur sempre un semplicissimo caffè, diventa – con la luce giusta – roba da bistrot parigino anche se te l’ha appena servito il barista cinese del bar sport della periferia di Milano.

Ma adesso c’è il feticismo delle albe, dei tramonti, della neve e pure della pioggia forte. Oltre che quello degli arcobaleni, insomma, che è stato inaugurato nella grande epopea arancione con la vittoria di Pisapia. Tutti a naso all’insù per celebrare la vittoria del salvatore con i colori del prisma. Poi c’è stato il tramonto che sembravano onde, e i colori del Naviglio. E uffa che noia. La stessa noia che mi piglia all’ennesima piadina in technicolor, all’ennesimo biscottino del cazzo fotografato vicino alla tazzina, all’ennesimo tramonto dal 35esimo piano di Palazzo Lombardia, tutti alla ricerca, come in quella memorabile puntata di Black Mirror, dello scatto social perfetto per una vita perfetta che però – nella realtà – si dipana tra la nebbia della statale, lo smog della tangenziale e smoccolando tra gli afrori di gente che non si è lavata, sotto il giaccone, pigiati pigiati, in metropolitana. Per oggi, chiudiamo così, e domani torniamo a parlare – forse – di cose serie.

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