C’era una volta l’Italia. Altro non c’è da dire. Vi racconto questa storiella, come l’ho appresa oggi da Franco Vanni su Repubblica. C’era una volta un tunisino spacciatore, fermato più volte, che quando i carabinieri gli hanno chiesto i documenti, ha detto che l’Italia è un posto di merda e che lui è entrato e uscito tre volte. Poi ha affermato sicuro: “Tanto dico all’avvocato  che mi avete violentato, tanto qui si può fare quello che si vuole”. L’avvocato del tunisino ovviamente minimizza: altro che vilipendio, si tratta di un reato di opinione e nessuno dovrebbe essere sottoposto a processo penale per avere espresso una propria idea, per quanto non condivisibile”. Il tutto, sottinteso, perché ora il tunisino è a processo al Tribunale di Milano. Il reato non prevede la reclusione, ma una ammenda massima di 5mila euro. Fin qui, la reazione alla favoletta è semplice: ma guarda un po’ come si permette uno del genere di stare qui in Italia. Dovrebbe essere rispedito a calci nel sedere al suo paese. Giusto. Il problema è che quando il tunisino dice che entra e esce quando vuole, ha perfettamente ragione. E’ proprio così. C’è un’altra grande verità. La dice l’avvocato dello spacciatore: “Mi chiedo: quanti italiani anche in ruoli pubblici, quotidianamente esprimono opinioni simili a quelle per cui il mio assistito è a processo?” Anche su questo, l’avvocato ha ragione. Se non parlassimo noi male del nostro Paese, magari non lo farebbero anche gli altri. Dopodiché, condanniamo il tunisino e ficchiamolo su un aereo. Ma poi non facciamolo rientrare.

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