Costerà almeno una intera giornata di lavoro riuscire a dimettersi dal … lavoro e forse anche 300 milioni di euro all’Inps.
Tra una settimana, venerdì 12 marzo prossimo, entrerà in vigore la nuova disciplina per rassegnare le dimissioni, pensata dal Governo con l’intento di stroncare la piaga (a dire il vero assai limitata) delle cosiddette “dimissioni in bianco”. Una innovazione che complicherà notevolmente la vita di dipendenti e imprese, oltre a minacciare di presentare un salatissimo conto alle già traballanti casse Inps.
In agguato, un iter burocratico contorto, nuovi costi da sostenere per esprimere e confermare una volontà, con i concetti di semplificazione e flessibilità messi a repentaglio e il serio rischio di innescare pendenze risolvibili solo, estremo paradosso in tema di dimissioni, con la procedura di licenziamento per giusta causa.
L’Unione Artigiani di Monza e Brianza stima che saranno circa 300mila i lavoratori dimissionari italiani che nel 2016 dovranno fare i conti con la nuova intricata procedura che, stando allo schema pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, prevede decine di passaggi tutt’altro che semplici per presentare e dare effetto compiuto alle dimissioni dal proprio posto di lavoro. Circa 6mila quelli brianzoli.
“In soldoni – spiega il segretario generale dell’Unione Artigiani Mb, Marco Accorneroparliamo di almeno una intera giornata lavorativa da dedicare al macchinoso processo, per una spesa annua che inciderà sugli italiani per circa 15 milioni di euro, di cui 3 nella sola Lombardia.”
“Dal 12 marzo – prosegue Accornero – per dare le dimissioni si dovrà seguire infatti una procedura tortuosa, con un dedalo di passaggi, a patto che si disponga di un computer collegato in rete e di un po’ di dimestichezza con internet. Altrimenti ci si dovrà rivolgere a sindacati e patronati, con possibili altri costi da sostenere, oltre alla giornata di lavoro persa. Per accedere al modulo on line sul sito Cliclavoro.it, si dovrà essere in possesso di apposito Pin da richiedere all’Inps. Una volta avuto il codice si dovrà compilare il modello composto di cinque sezioni, salvarlo in formato “.smv” e quindi spedirlo con posta elettronica cerfiticata (Pec) a datore di lavoro e direzione territoriale del lavoro, pena inefficacia di qualsiasi dichiarazione di dimissioni, che comporterebbe il mantenimento in forza nell’organico aziendale del lavoratore dimissionario.”
In mancanza di comunicazione formale tramite modello apposito e messaggio di posta elettronica certificata, che conferma le dimissioni, l’azienda non avrà altro modo di formalizzare l’uscita del dipendente se non contestargli, paradossalmente, l’assenza ingiustificata, innescando il processo di licenziamento per giusta causa, onde evitare che anche dopo mesi o anni il lavoratore “presunto dimissionario” si rifaccia vivo in azienda ritornando con piena legittimità al proprio posto. Un rischio che le imprese, soprattutto quelle medio piccole della Brianza, vivono come una spada di Damocle.
“Una prcedura kafkiana quella a cui verrebbero costrette le imprese per tutelarsi, attraverso il licenziamento per giusta causa – rimarca Accornero -, che presenterà costi fino a 1500 euro al datore di lavoro (contributo Naspi) e aggravi sociali sulle casse Inps, dal momento che il lavoratore “dimissionario- licenziato” avrebbe pure diritto all’indennità di disoccupazione per 24 mesi. Se solo il 5% dei dimissionari del 2016 in Brianza dovesse trasformarsi in licenziamento, all’Inps arriverebbe un conto di più di 7 milioni di euro; 72 per la Lombardia; 360 milioni all’anno per il Paese, contributi figurativi esclusi.”
“A una settimana dall’entrata in vigore di queste nuove regole – conclude Accornero – rivolgiamo un appello al Governo e al Parlamento affinchè ne valutino compiutamente la portata e i gravosi rischi, invitando a mantenere in vigore l’attuale modalità di dimissioni, nata con la riforma Fornero nel 2012, che in questi anni ha funzionato benissimo”.
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