Diversi i punti nascita che chiuderanno in Lombardia; sono quelli con meno di 500 parti l’anno. Lo ha annunciato l’assessore al Welfare Giulio Gallera, illustrando il Piano Regionale di Sviluppo in Commissione Sanità del Consiglio Regionale. Gallera ha spiegato che la Regione è obbligata a rispettare la legge nazionale e che alcune deroghe sono state concesse solo per ragioni orografiche. Il destino sembra segnato per i punti nascita di Angera (Varese), Oglio Po di Casalmaggiore (Cremona), Piario (Bergamo), e uno tra Gravedona (Como) e Chiavenna (Sondrio). Si salverà Sondalo, tra Tirano e Bormio (Sondrio) per ragioni orografiche. Critiche le opposizioni.  “La Regione per anni ha rimandato le decisioni senza fare alcuna programmazione – dichiarano Gian Antonio Girelli e Samuele Astuti, del PD – mettendo sotto stress l’intera rete ospedaliera, anche a causa della carenza di personale sanitario. È dal 2010 che si parla di chiusura delle sale parto che hanno pochi nati perché sono meno sicure per la salute della donna e del neonato e la Regione fino a oggi non è intervenuta per potenziare i presidi affinché raggiungessero i numeri previsti dal decreto nazionale, ma ha navigato a vista chiedendo deroghe al ministero. Il risultato è che oggi i territori, spesso senza alcuna concertazione, vedranno chiudere i reparti da un giorno all’altro. Occorre invece andare verso un nuovo modello, incentrato su grandi ospedali ad alta specializzazione che trattano le patologie più complesse e, dall’altra parte, su una forte rete di ospedali territoriali”. Proprio ieri l’Istat ha diffuso le cifre sul calo continuo di nuovi nati in Italia. Il minimo storico si è raggiunto nel 2017 quando sono venuti alla luce 458 mila bambini. Mai così pochi dall’Unità d’Italia. La popolazione italiana si assesta su poco più di 60 milioni di residenti. Il picco positivo delle nascite, quando nascevano più di un milione di bimbi all’anno, risale agli anni 1964-65, con numeri sostenuti anche negli anni successivi. La diminuzione delle nascite di oggi, spiega l’Istat, è legata anche all’uscita dall’età riproduttiva delle generazioni molto numerose nate all’epoca del cosiddetto “baby boom”.

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